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Confronto o paragone?

Trascrizione dal Podcast (Straordinariamente donna)

Confrontare e paragonare sono due vocaboli che spesso utilizziamo come sinonimi.

Quante volte ti è capitato di pensare che la tua amica ha un lavoro entusiasmante, che la famiglia della tua vicina sembra quella della serie “Una casa nella prateria”, che i capelli della mamma del compagno di classe di tuo figlio sono belli e folti… e poi concludere sempre con “mannaggia e io no”.

Desidero partire scoprendo insieme a te l’etimologia di queste due verbi perché ci aiuterà a cogliere delle piccole sfumature che ne sottolineano la differenza.

Confrontare

Confrontare deriva dal latino cum frontis e significa “mettere l’una di fronte all’altra”. Quindi confrontiamo una persona o delle cose, per trovare le somiglianze, le affinità o le differenze. Le mettiamo l’una di fronte all’altra quasi come se volessero dialogare tra di loro.

Il confronto è un meccanismo naturale e inevitabile perché siamo esseri sociali.

Se anche ci isolassimo e non vedessimo nessuno, scatterebbe comunque il bisogno di confronto. Andremmo a ritrovare nella nostra mente tutte quelle immagini che si sono andate a creare nella nostra vita e che portiamo dentro di noi. Pensiamo anche solo all’immagine di nostra madre che ci ha generato. Confronteremmo ad esempio il nostro essere madre con l’immagine che abbiamo di lei, anche se non è presente fisicamente.

Il confronto con gli altri è funzionale perché può fornire un punto di riferimento.

Può aiutarci a soddisfare il nostro bisogno di sentirci apprezzate e di sentirci parte di un gruppo. Ma soprattutto può aiutarci a capire come crescere, come sviluppare la nostra persona verso una versione migliore di noi stesse. Quindi, se mi trovo davanti a qualcuno che mi sembra “più ok” di me, mi chiedo: “le capacità che vedo in lei o in lui possono aiutarmi a raggiungere un obiettivo interessante per me o non sono rilevanti?” 

Paragonare

Il verbo Paragonare, invece, deriva dal greco parakonào che è composto da parà (presso) e akonào (affilare) e significa “sfregare contro”.

Mentre nel confronto io rilevo le somiglianze e le diversità con uno spirito e un atteggiamento neutro o di miglioramento, il paragone genera un attrito, appunto uno sfregare. Il paragone, possiamo dire, è l’aspetto malato del confronto.

Il confronto dice: aiutami a migliorare.

Il paragone risponde: l’erba del vicino è sempre più verde.

Paragone verso l’alto

La nostra tendenza è il più delle volte quella di paragonarci verso l’alto cioè verso chi sembra avere una posizione sociale migliore, una forma fisica più prestante, un’intelligenza più performante.

Perché?

Perché noi siamo abituati a viverci, cioè a guardarci, a sperimentarci in una dimensione di scarsità, di mancanza. Anche se potremmo essere soddisfatti di ciò che siamo o di ciò che abbiamo, andiamo sempre a cercare ciò che ci manca.

Non importa quindi quanto siamo belli, felici, ricchi o realizzati. Perché? Perché c’è sempre qualcuno che può superarci, che ha più di noi. Questo accade a chiunque, che sia povero, ricco o ricchissimo, che non abbia lavoro o abbia una posizione prestigiosa. Tutti possono essere colti dalla malattia del paragone. Magari hai una posizione professionale che ti soddisfa, che ti appaga, ma quando vedi la tua collega che sta raggiungendo risultati inaspettati, ecco che la tua soddisfazione scompare e tu devi fare i conti con emozioni che pensavi non ti appartenessero.

Il paragone sta diventando un vizio, soprattutto oggi dove i social non fanno altro che portarci a renderlo quasi un’ossessione. Spesso infatti il paragone non è più solo con i nostri simili, ma addirittura con modelli irraggiungibili.

Paragone verso il basso

Vediamo ora il paragone verso il basso, cioè verso chi ha meno di noi: salute, lavoro ma anche beni materiali, stile di vita. Anche in questo caso esiste una differenza con il confronto. Il paragone con chi ha meno di noi può generare sentimenti di superiorità e giudizio, può portare alla discriminazione, all’esclusione. Il confronto invece può aiutarci innanzitutto a mettere nella giusta prospettiva, quanto viviamo e abbiamo.

Pensare a chi ha una vita ben più difficile della nostra ci può aiutare a vedere i problemi sotto una luce diversa e a ridimensionare i nostri pensieri. Ma cosa ancora più importante ci può aiutare a sentirci grati per ciò che abbiamo e che troppo spesso diamo per scontato. A sua volta il sentimento di gratitudine che si genera, può condurci a trovare strade nuove per essere di aiuto e di supporto a chi può avere meno di noi.

Cosa genera il paragone in noi?

  • Ci rende insoddisfatti

Attraverso il paragone ci percepiamo costantemente inferiori e questo va a toccare e a inficiare la nostra autostima. Il paragone è un vero e proprio veleno per la nostra autostima. Ci fa sentire inadeguati, mai all’altezza, sempre alla rincorsa di qualcosa, sempre in affanno e soprattutto mai focalizzati a vivere nell’oggi. Alla fine cosa succede? Che la vita ci sfugge senza che noi abbiamo potuto godere delle cose che la stessa ci ha donato.

  • Ci porta a tradire noi stesse e ciò che vogliamo veramente

Spendiamo tempo a paragonarci agli altri, a vedere l’erba del vicino e perdiamo di vista i nostri obiettivi. Siamo orientati cioè agli obiettivi degli altri e non ai nostri. Arriviamo a volte a compiere scelte che sono dissonanti rispetto alla nostra vera identità. Il rischio è di vivere una vita che non rispecchia i nostri valori e desideri. Paragonarsi agli altri ci allontana dalla nostra essenza. Perdiamo integrità, focus, tempo ed energia.

  • Genera invidia e risentimento.

Il paragone crea un clima emotivo tossico. Si fanno strada la gelosia, l’invidia e il risentimento che con il tempo rischiano di danneggiare le relazioni. Credo che ognuno di noi possa avere esperienze di rapporti di amicizia, di lavoro e familiari, distrutti perché non si è stati capaci di mettere a tacere la voce del paragone.

Allora se ci fermiamo a riflettere  anche solo sui punti che ho indicato ci rendiamo conto che il paragone con gli altri non è funzionale.

Ma come possiamo fare a curare la paragon-ite?

Scoprire la nostra ricchezza, il nostro valore è fondamentale. Ognuno di noi deve desiderare di investire tempo, energie per conoscere quell’io unico ( se vuoi qui puoi ascoltare un mio podcast sul valore dell’unicità) che è e deve diventare il primo vero termine di paragone per tutta la vita. 

Connettendoci con noi stesse saremo in grado di capire di cosa abbiamo veramente bisogno, cosa davvero desideriamo per noi stesse e non sentiremo la necessità di paragonarci agli altri.

  • Il secondo passo è incominciare a guardare le nostre emozioni.

Dobbiamo prendere atto della gelosia che possiamo provare o della frustrazione che sentiamo crescere dentro di noi quando ci troviamo difronte a certe situazioni o persone. Dobbiamo accogliere queste emozioni, dargli spazio, senza paura e senza sensi di colpa. 

Non siamo persone di poco valore perché siamo invidiose o non siamo delle cattive persone se proviamo gelosia. Dobbiamo però cercare di capire, per il nostro bene e per la nostra pace interiore, perché questa emozione sta attraversando la nostra vita. 

C’è qualcosa che ci manca? C’è un bisogno che non sentiamo soddisfatto? E qual è questo bisogno che magari continuiamo a negare? 

  • Il terzo passo è chiederci: che cosa posso fare per soddisfarlo?

Forse non dipende completamente da noi o forse ci stiamo dicendo che tanto ormai non c’è più nulla da fare, che nulla cambierà in noi, che la situazione nella quale viviamo è così e basta. In questo modo lasciamo che il paragone giri a briglia sciolte. Forse mi paragono alla mia collega che è riuscita ad ottenere quella determinata posizione e al posto di chiedermi che cosa potrei fare per crescere di livello nel mio lavoro, mi è più facile lamentarmi. 

  • Il quarto passo è cercare di capire che cosa innesca il paragone

Cerchiamo di capire chi e che cosa genera questi sentimenti. Magari frequentiamo persone a cui piace ostentare ciò che hanno e allora potremmo limitare le occasioni di incontro. Magari sono i social a  generare gelosia e frustrazione, allora potremmo limitare il loro utilizzo. Piccola nota: non dimentichiamo che la maggior parte delle persone mostra agli altri solo le cose belle della propria vita per paura di essere giudicate o valutate. Tutti portano con sé un fagottino pieno di fatiche, di lati ombra anche se a volte questo fagottino è tenuto nascosto.

  • Il quinto passo è imparare a riconoscere e ad apprezzare ciò che si ha

La nostra felicità risiede innanzitutto in quella realtà che vediamo e tocchiamo e non in una fantasia o in un pensiero. Quello che abbiamo è lì, è tra le nostre mani e ti chiede solo di essere visto o ascoltato. Eppure quanto spesso lo dimentichiamo. Qui davvero non smetterò mai di dire quanto sia importante la pratica della gratitudine (qui puoi leggere un articolo del mio blog sulla gratitudine) 

  • L’ultimo passo è diventare il tuo unico termine di paragone.

Dobbiamo fare come dice Jordan Peterson nel suo libro “12 regole per la vita” ovvero “paragonare noi stessi a chi eravamo ieri e non a qualcun altro oggi”. Paragonare noi stessi a chi eravamo ieri per cogliere i nostri progressi, per imparare dai nostri errori. Questo sarà molto più utile e interessante ed è ciò che ci darà la spinta per andare avanti.

Ti lascio questa citazione che proviene dal mondo della danza e dal famoso ballerino Mikhail Nikolayevich Baryshnikov.

“Non cerco di ballare meglio di chiunque altro cerco solo di ballare meglio di me stesso”.

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Benvenuta, sono Emanuela Fontana e sono una life coach. Vivo a Milano ma lavoro con donne da ogni luogo. Questo blog è uno spazio per tutte noi, per parlare di temi che ci sono cari: crescita, libertà, lavoro, autostima e relazioni. Ma il mio blog vuole essere anche un’occasione per percorrere insieme, passo dopo passo, quel cammino che ci condurrà a provare amore verso noi stesse e a donarlo agli altri.

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